Storia

Gli Yazidi sono una comunità religiosa che vive tra Iraq, Turchia e Iran, con propaggini in Armenia (Fig. 3). Sono legati al gruppo etnico curdo, di cui parlano la lingua, anche se in alcuni centri da loro abitati la lingua principale è l’arabo e il curdo viene usato nella sfera religiosa. Si definiscono ÊzidÊzî or Izid, parola che verosimilmente deriva da Yazad in medio-persiano e curdo, e che significa dio o angelo in persiano moderno (Açıkyıldız 2015: 35).

Il loro territorio principale è l’Iraq settentrionale, dove la loro religione è nata e si è sviluppata (Fig. 4). Il più antico insediamento yazida, Sheikhan, si trova in questa regione e più precisamente nel governatorato di Ninawa (Fig 5). Gli Yazidi sono diffusi anche in Siria settentrionale, nella regione del Tur ‘Abdin, in Turchia sud-orientale, nella regione di Serhat (Turchia orientale), e in Iran.

La fonte scritta più antica che parla di Yazidi è il Kitāb al-Ansāb di ‘Abd al-Karīm al-Sam‘ānī (XII secolo), che fu contemporaneo di Sheikh ‘Adī (1078-1162), il fondatore della religione yazida. Nel suo scritto, al-Sam‘ānī menziona una comunità chiamata al-Yazīdiyya, nella regione di Ḥulwān, che si colloca tra il Tigri e il Grande Zab, vicino al Jebel Maqloub, a nord di Mosul (Açıkyıldız 2015: 37). Secondo questa fonte la comunità al-Yazīdiyya era già esistente quando Sheikh ‘Adī giunse in questa parte dell’Iraq settentrionale, arrivando da Baghdad: possiamo quindi attribuire alla sua presenza nella regione la spinta per la costituzione dello Yazidismo così come è arrivato fino ad oggi. Sheikh ‘Adī era un intellettuale musulmano che aveva studiato a Baghdad presso maestri molto celebri del misticismo islamico: tra questi si annoveravano anche studiosi proveniente dalla regione curda e questo potrebbe proprio spiegare il motivo per cui Sheikh ‘Adī decise di recarsi in questa regione nel nord dell’Iraq. Qui fondò la sua zawiya (comunità di dervisci), scegliendo Lalish come luogo, e successivamente fondò lo Yazidismo come religione, che si rivelò essere un sincretismo di altri credo religiosi attestati nell’area, e governò gli Yazidi.

Tra i successor di Sheikh ‘Adī, Sheikh Ḥasan (1196/97-1249/54), il figlio di ‘Adī II, è la seconda figura più importante nella storia yazida. Sheikh Ḥasan fu l’autore del Kitāb al-Jilwa li-Arbāb al Khalwa, un testo di mistica, e sotto la sua guida lo Yazidismo guadagnò molti seguaci e quindi la religione si espanse nell’ambiente tribale curdo. Per questa ragione lo Yazidismo e Sheikh Ḥasan furono considerati una minaccia dai circostanti capi musulmani, in particolar modo dall’ Atabeg di Mosul, Badr al-Dīn Lu’lu’ (1211-1259), che governò la città dopo il riconoscimento ottenuto dal califfo abbaside (Fig. 6). In questo periodo gli Yazidi approfittarono della rivalità tra gli Zangidi e gli Ayyubidi e occuparono Sinjar, che era sotto il governo degli Zangidi. Tuttavia, la conquista di Sinjar non durò a lungo, infatti Sheikh Ḥasan fu arrestato, imprigionato e decapitato a Mosul nel 1254.

Suo figlio, Sheikh Sharaf al-Dīn (1215-1257), gli successe. Secondo la tradizione yazida, la regione di Sinjar acquistò importanza proprio durante il suo regno: infatti fu in grado di convertire gli abitanti di Sinjar allo Yazidismo (Açıkyıldız 2015: 43). Dopo Sheikh ‘Adī, Sheikh Sharaf al-Dīn è la figura più importante tra gli Yazidi della regione di Sinjar.

Dopo la morte di Sheikh Sharaf al-Dīn, la comunità yazida affrontò il primo massacro della sua storia, che avvenne durante l’invasione mongola del XIII secolo. I Mongoli, che invasero il Vicino Oriente, si trovarono ad arrivare a Hakkari (Turchia sud-orientale), sotto la guida del loro condottiero Hulagu Khan: prima di giungere a Hakkari avevano razziato Mosul (1261-1262) e ucciso gli Yazidi della città, distrutto i loro insediamenti nel Sinjar. Questo massacro fu compiuto come vendetta per la collaborazione degli Yazidi con i Turchi, nemici dei Mongoli (Açıkyıldız 2015: 43). Questo periodo, tra il massacro ad opera dei Mongoli e la fine del XIII secolo, fu molto turbolento per gli Yazidi. A causa della presenza mongola i membri della dinastia yazida regnante si spostarono in Siria e in Egitto, entrambi luoghi di Yazidismo.

Alla fine del XIV secolo lo Yazidismo aveva raggiunto la sua massima espansione, verso est fino a Sulaimaniyah e verso ovest fino ad Antiochia: era divenuto la religione ufficiale del principato semi-indipendente di Giazira (Fig. 7). La forza politica degli Yazidi crebbe ulteriormente all’inizio del XV secolo; proprio per questo motivo i musulmani intrapresero una vera e propria persecuzione nei loro confronti, arrivando a considerarli apostati: dei veri e propri massacri vennero organizzati dalle autorità arabe, persiane e ottomane. Uno dei più sanguinosi massacri avvenne nel 1414, quando il capo tribale curdo Jalal al-Dīn Muḥammad dichiarò una guerra santa contro gli Yazidi; Sheikhan, il centro principale della comunità, fu invaso da questo insieme ad altri capi tribali locali e la tomba di Sheikh ‘Adī fu profanata. Dopo questi attacchi gli Yazidi sopravvissero come piccoli gruppi tribali e enclave locali (Açıkyıldız 2015: 48).

All’inizio del XVI secolo gli Yazidi furono coinvolti nei conflitti tra l’impero safavida persiano e l’impero ottomano (Fig. 8). Nel 1514 vennero inglobati nella provincia di Diyarbakir, create dagli Ottomani nel 1515: insieme a loro, tutti i territori tribali curdi vennero riuniti sotto questa provincia, compresi anche i territori a maggioranza yazida, come Sinjar (Açıkyıldız 2015: 48). Secondo Sharaf Khan Bidlisī, l’emiro musulmano di Bitlis e autore delle prime cronache riguardanti la storia curda, nel XVI secolo esistevano sei tribù curde: i Dasini (Hakkari), i Mahmudi (lago Urmiya), i Dunbeli (Khoshāb/Hoşav), i Caliti (Batman), i Bicianes (Silvan) e i Bakhtis. I Dasini erano originari della regione di Sheikhan e occupavano l’area a nord-est di Mosul e sud-ovest di Amadiya, e sono ancora oggi Yazidi. Sinjar e Sheikhan erano le principali roccaforti yazide e si impegnavano a rimanere fuori dei grandi giochi politici tra Ottomani e Safavidi. Secondo gli Ottomani, gli Yazidi non erano altro che briganti e evasori fiscali, nonché riluttanti ad arruolarsi nell’esercito ottomano. Nel 1715 un nuovo massacro fu compiuto contro gli Yazidi: il Vali (governatore) di Baghdad decise di sferrare contro di loro un attacco e incaricò di questo i beduini Tayy. Nel 1794 Suleiman Pasha di Baghdad saccheggiò Sinjar, rapendo le donne e rubando il bestiame. Nel XIX secolo altri attacchi furono condotti nella regione di Sheikhan (Açıkyıldız 2015: 52). Un interessante resoconto riguardo gli Yazidi di questa regione e di quella di Sinjar è quello redatto da Layard (Layard 1867: 25), che visitò questa area geografica nel 1839-40: Layard riporta di una comunità yazida molto potente e li definisce tribù (Fig. 9-10), menzionando il Sinjar come una delle loro principali roccaforti. Dopo questa sorta di indipendenza riportataci da Layard, sappiamo che l’ultimo capo yazida indipendente fu Ali Bey, il padre di Hussein Bey, il primo leader politico yazida dopo la perdita dell’indipendenza (Layard 1867: 78). Sotto la guida di Ali Bey, Mir Muhammad (McDowall 2010: 42), il Bey (signore) di Rowanduz, colui che unificò quasi tutte le tribù curde, attaccò Sheikhan, con l’obiettivo di conquistare il Kurdistan settentrionale (McDowall 2010: 42). Gli abitanti di Sheikhan fuggirono verso Sinjar passando per Mosul, dove furono aiutati dai locali. Ali Bey fu ucciso per ordine del Bey di Rowanduz (Layard 1867: 180).

Nella seconda metà del XIX secolo, dopo la conquista ad opera di Mir Muhammad, gli Yazidi si ritrovarono ad essere una comunità etnica e religiosa ben distinta dai musulmani, ma non erano riconosciuti come facenti parte delle “Genti del Libro” (tra cui c’erano i cristiani e gli ebrei), e la loro condizione legale non era definita dall’amministrazione ottomana, per cui occupavano il rango più basso della società dell’impero. Nondimeno combatterono per avere gli stessi diritti di cristiani ed ebrei, come l’esenzione del pagamento delle tasse e il servizio militare. Le richieste per i loro diritti furono presentate sotto forma di petizione, che fu presentata nel 1872 alla corte ottomana e firmata dall’autorità politica yazida, il principe Mîr Hussein, e dalla loro guida spirituale Sheikh Nassir. La petizione ebbe un esito positivo e nel 1875 gli Yazidi furono esentati dal pagamento delle tasse.

Nel 1885 gli Ottomani decisero di modificare alcune regole, pertanto gli Yazidi furono costretti a pagare le tasse, come i musulmani. La comunità residente nella regione di Sinjar si rifiutò. Come conseguenza gli Yazidi furono costretti a convertirsi all’Islam, e i centri di Sheikhan e Sinjar furono invasi e gli abitanti massacrati. Il santuario di Sheikh ‘Adī fu trasformato in una scuola islamica per 12 anni; molti edifici sacri furono distrutti. Nello stesso periodo il sultano Abdülhamid II decise di fondare la Cavalleria di Hamidiya, una formazione di soldati a cavallo, irregolare e composta da Curdi sunniti, Turchi, Circassi, Turcomanni, Yörük e Arabi; era operativa nelle province orientali dell’impero ottomano, e il loro scopo era la difesa della frontiera orientale dell’impero dalle incursioni russe e la sorveglianza degli Armeni. La Cavalleria attaccò centinaia di villaggi Yazidi e la maggior parte degli abitanti Yazidi della Turchia sud-orientale fuggì nelle regioni transcaucasiche per sfuggire a questi attacchi (Açıkyıldız 2015: 57). Nonostante tutto, questi attacchi portarono ad una nuova ondata di Yazidismo nella regione di Sinjar.

Alla fine del XIX secolo Sinjar era pacificato e agli Yazidi fu finalmente concesso di praticare la propria religione (Fig. 11). Dal 1921 gli Yazidi sono entrati a far parte dell’Iraq del mandato britannico e sono stati attori nella regione curda dell’Iraq, quindi parte della comunità curda, ufficialmente riconosciuta nel 1931 dal governo iracheno. In questo periodo, tra il 1921 e il 1931, il potere della famiglia Çol, ossia la famiglia del mîr (principe) yazida, fu definitivamente instaurato. Dopo le lotte con i capi tribali di Sinjar per una maggiore autorità negli affari religiosi della comunità yazida, la famiglia del principe riuscì a mettere per iscritto i propri diritti e la propria autorità nel “Memoriale di Sheikhan”, un documento scritto e firmato dal Baba Sheikh, il capo religioso della comunità yazida, e dai capi degli altri ordini religiosi di Sheikhan e presentato ad una conferenza a Mosul. Il documento riguardava i principi fondamentali della comunità yazida e fu importante per il consolidamento del potere della famiglia del principe. Con l’indipendenza dell’Iraq nel 1932 la famiglia Çol esercitava il controllo sulla comunità sia a Sheikhan che nella regione di Sinjar. Nel corso della storia dell’Iraq unificato gli Yazidi residenti al di fuori della regione curda subirono un processo di arabizzazione condotto dal regime baathista, tra il 1965 e il 1989. In questa campagna gli Yazidi furono costretti a lasciare i propri villaggi e a stabilirsi in villaggi collettivi (mujamma’at), creati con lo scopo di controllare meglio la comunità. I villaggi collettivi nella regione curda erano a Ba’adre, Khanke and Shari’ia; nella regione di Sinjar i villaggi erano diffusi nella pianura a nord e a sud del monte Sinjar, ed in questi furono costretti a stabilirsi le persone che vivevano nelle valli della montagna.

Riguardo la storia più recente degli Yazidi, è tristemente noto come siano stati l’obiettivo di un massacro condotto dallo Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS), i cui militanti invasero la regione di Sinjar e quella di Ba’shîqe nell’agosto 2014 (Fig. 12-13). Gli Yazidi che abitavano in queste aree furono costretti ad abbandonare la loro fede religiosa e a convertirsi all’Islam: per coloro che si rifiutavano, c’erano le minacce di morte. Si stima che 50.000 persone fuggirono dall’area di Sinjar (Roberts 2016: 56), mentre coloro che non poterono fuggire furono condotti in schiavitù o uccisi, in particolar modo i bambini e le donne. Lo Stato Islamico condusse questo massacro in maniera sistematica, come vividamente illustrato da Nadia Murad (Murad 2017). I militanti attaccavano villaggio dopo villaggio in entrambe le regioni attaccate, prendevano tutto gli abitanti e separavano gli uomini dalle donne e i bambini. Il massacro a Sinjar iniziò con l’occupazione di Balad Sinjar, la città principale di questa area, nel giorno 3 agosto 2014 (Human Rights Council 2016: 6). A mano a mano che avanzavano, i combattenti dell’ISIS si impossessavano dei posti di blocco abbandonati per controllare gli spostamenti delle famiglie yazide, con l’obiettivo di evitare loro fughe. Centinaia di Yazidi fuggirono sulla montagna, dove rimasero intrappolati e furono assediati dai militanti dello Stato Islamico. Molte persone morirono durante questo assedio a causa della mancanza di possibilità di riparo, di acqua di cibo, e delle altissime temperature: il giorno 7 agosto le autorità irachene e gli alleati iniziarono le operazioni di salvataggio delle persone sopravvissute. Il mondo si trovò di fronte ad una delle più grandi tragedie ed emergenze umanitarie del XXI secolo. Le operazioni di salvataggio furono condotte in coordinazione dalle forze militari britanniche, francesi e australiane. Attualmente siamo a conoscenza del fatto che i militanti violentarono le donne, uccisero e seppellirono principalmente individui di sesso maschile in fosse comuni (Fig. 14), che sono state ritrovate disseminate in tutta la regione di Sinjar e nell’area tra Mosul e il monte Sinjar (http://www.rudaw.net/english/middleeast/iraq/210320193?keyword=mass%20grave). Questi fatti sono stati considerati parte di un genocidio, una sistematica successione di atti compiuti con l’intento di eliminare un gruppo di persone (United Nations Office Guidance Note #1: 2). L’ipotesi del genocidio è stata formulata per la prima volta nel 2015 (https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=15720), ed il lavoro che sta svolgendo il team di inchiesta delle Nazioni Unite mira proprio alla raccolta di prove per il riconoscimento ufficiale del genocidio, sia umanitario che culturale.Oltre alle violenze sugli esseri umani, i militanti dell’ISIS condussero una sistematica campagna di distruzione degli edifici religiosi degli Yazidi, operando quindi un’ulteriore frattura tra questa comunità e il proprio territorio. Il massacro fu condotto prima conquistando i villaggi, raccogliendone gli abitanti in un edificio pubblico (generalmente la scuola del villaggio) e dividendoli tra uomini e donne, con cui andavano anche i bambini. Gli uomini erano portati in delle fosse precedentemente scavate da loro stessi e qui uccisi. Le donne erano portate in centri urbani controllati dall’ISIS, come Mosul, e vendute come sabaya (schiave), violentate e comprate come mogli dai militanti. Questi passaggi venivano ripetuti, uguali a sé stessi, parte di un piano preciso. Questi tragici eventi sono vividamente descritti da Nadia Murad (Fig. 33) nel suo libro The Last Girl (2017): nel suo racconto, che è autobiografico, si evince chiaramente come lo Stato Islamico avesse pianificato la soppressione sistematica degli Yazidi, annichilendoli nel corpo, nella mente e nella loro spiritualità, e anche distruggendo i loro luoghi sacri, legame fortissimo con la comunità e la loro religione. Sia i sopravvissuti dall’assedio di Sinjar che i fuggitivi dalle morse dell’ISIS trovarono rifugio nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, dove poterono essere accolti in campi profughi collocati soprattutto nella provincia di Duhok. Secondo un rapporto del UNHCR (United Nations High Commission for Refugees) di Maggio 2019 (UNHCR 2019: 2, nota a piè di pagina 10), circa 200 famiglie vivono tutt’ora nel governatorato di Erbil fuori dai campi, 1025 famiglie vivono nel governatorato di Sulaimaniyah sia in campi che al di fuori; nel governatorato di Duhok 222,968 persone risiedono fuori dai campi, mentre ca.167,000 sono distribuite nei campi.