Religione

Lo Yazidismo ha origine nel sufismo islamico, in particolare nel periodo della ‘Adawiyya, ossia il periodo precedente alla fondazione dello Yazidismo (XII e XIII secolo, dall’arrivo di Sheikh ‘Adī nella regione di Sheikhan nel 1111 alla morte di Sheikh Ḥasan nel 1254). La ‘Adawiyya è l’ordine mistico fondato da Sheikh ‘Adī a Baghdad nel XII secolo e dalla quale le caratteristiche ascetiche dello Yazidismo emersero (Açıkyıldız 2015: 150). In particolare ‘Abd al Qādir al-Jīlānī, il fondatore dell’ordine della Qadiriyya, il più importante ordine mistico della religione islamica, svolse un ruolo fondamentale: tra gli insegnanti di Sheikh ‘Adī, fu lui a supportarlo nella sua scelta di ritirarsi sulle montagne curde, e proprio in quei luoghi al-Jīlānī aveva molti seguaci tra i curdi (Açıkyıldız 2015: 83). Fu però sotto la guida di Sheikh Ḥasan che lo Yazidismo iniziò a distaccarsi dall’Islam ortodosso, anche se non è noto come questo accadde (Açıkyıldız 2015: p. 42). Questo allontanamento favorì la costituzione di una religione indipendente, con molti aspetti sincretici (v. Il sincretismo nella religione yazida) ma con le proprie credenze e tradizioni sviluppate pienamente. I più antichi resoconti delle credenze yazide, delle cerimonie e degli usi sono stati riportati da Michele Fevre, un missionario cattolico francese residente ad Aleppo nel XVII secolo (Guest 1987: 29).

Nei paragrafi successivi sono illustrate le basi dello Yazidismo e le sue principali caratteristiche: insieme a queste, crediamo che sia molto importante soffermarsi prima di tutto sul carattere sincretico di questa religione.

Il sincretismo nella religione yazida

La religione yazida è estremamente sincretica, raccogliendo credenze dallo zoroastrismo, lo sciismo e il misticismo islamico (Arakelova 2004: 19). Tra le varie sette sciite, le similitudini maggiori sono con la Ahl-I Haqq and la Zaza: le caratteristiche condivise con queste sette sono rispettivamente la presenza di maestri spirituali e la gerarchia, sia nella struttura sociale che nel sistema religioso (Arakelova 2004: 20). Con Ahl-I Haqq lo Yazidismo condivide anche il mito delle origini dell’universo e i sette angeli o santi (anche se questi ultimi sono in comune anche con la religione ebraica e quella musulmana in generale; Arakelova 2004: 20).

Alcuni studiosi sostengono che un sostrato cristiano era presente agli inizi dello sviluppo dello Yazidismo (Sfameni Gasparro 1974: 198), e sembra che il mito di Adamo cacciato dal Paradiso, presente nella religione yazida, sia stato preso dal cristianesimo (Spät 2008: 663), esattamente come alcuni santi (Furlani 1936: 67). Proprio riguardo a questi, Furlani scrive che esistono quattro resoconti di santi Yazidi, e che in ciascuno di essi è possibile isolare i santi che sono presi o condivisi con la religione cristiana (Furlani 1936: 74, 76, 78, 82). Anche l’Angelo Pavone, Melek Taws, richiama il misericordioso Dio cristiano (Asatrian e Arakelova 2003: 4): “the main thing that makes him equivalent to the One God of the dogmatic religions, and what actually is essential, is his transcendentality and his function of demiurge, as the Creator”. Inoltre, all’inizio del cristianesimo il pavone era considerate un simbolo di resurrezione e vita eterna (Müller 1967: 372), ma in generale l’uccello è visto come l’incarnazione di Gesù redentore (Müller 1967: 372; Asatrian and Arakelova 2003: 28).

Nel mito cosmogonico il sincretismo si trova nella Ahl-I Haqq riguardo la perla primordiale yazida, che conteneva tutti gli elementi dell’universo ed è considerata il simbolo della creazione e connette la religione yazida con lo zoroastrismo, il Corano e la letteratura persiana (es., Jalāl ad-Dīn Moḥammad Rūmī). La perla primordiale e la sua funzione nel mito cosmogonico corrispondono a quella dell’uovo cosmico, che si rompe e da questa rottura si origina l’atto della creazione. (Sfameni Gasparro 1974: 205), quindi mostrando un importante elemento in comune con lo zoroastrismo e le religioni induiste. Un ulteriore esempio di sincretismo, con influenze dallo Gnosticismo e dal Manicheismo, è il “Canto dell’uomo comune” (Beyta Cindî), uno dei più rispettati e importanti testi della tradizione orale yazida. Deve essere recitato dagli uomini religiosi ogni mattina prima dell’alba e chiama al risveglio i fedeli, alla rinuncia al sonno, che tiene i fedeli nell’oscurità. Il racconto del diluvio si trova anche nella religione yazida (Fig. 15): secondo la credenza, ‘Ain Sifni, il nome arabo di Sheikhan, è il luogo in cui l’arca fu costruita (Guest 1987: 29), ed il nome arabo della località significa “sorgente del marinaio”. Secondo la tradizione yazida, l’arca di Noè fu sollevata da un serpent e trasportata dalle acque sulla cima del monte Sinjar: grazie all’aiuto del serpente il genere umano si salvò dal diluvio. Proprio per la sua importanza nel racconto del diluvio il serpente ha un ruolo primario nella religione yazida, nella quale è anche considerato come simbolo di potere positivo nella tradizione popolare curda. Il serpente si può trovare rappresentato all’ingresso di edifici sacri ed è personificato da Shahmaran, la regina-serpente. Questa è rappresentata su vetro o su oggetti in metallo e le sue effigi si possono trovare appese ai muri degli edifici ancora oggi (Fig. 16). Shahmaran ha la testa di donna e il corpo di serpente, con sei gambe, anch’esse a forma di serpente. È credenza comune che il serpente abbia avuto un ruolo importante nella creazione del popolo curdo, secondo la leggenda riportata da Sharaf Khan Bidlisī (vedi sezione a. Storia) nel suo libro Chèref-nâmeh, che è il primo resoconto sulla storia dei Curdi (Sharaf Khan Bidlisī 1868: 2). In questo racconto, due serpenti furono tagliati dalle spalle del re Zahhak e due giovani dovettero essere sacrificati per calmare il dolore provocato da questo intervento; grazie all’intervento divino i giovani non furono sacrificati ma liberati: i due adolescenti furono trasferiti sulla cima di una montagna, si sposarono e diedero così origine alla prima tribù curda (Açıkyıldız 2015: 160-161). Un altro esempio di sincretismo è la storia della caduta dal Paradiso, che è condivisa dalla religione ebraica, cristiana e musulmana. In questo mito il serpente invita Eva a mangiare il frutto proibito, causando quindi la sua caduta dal Paradiso insieme a Adamo (Açıkyıldız 2015: 159-161).

Il mito cosmogonico nel Mishefa Resh

Il mito cosmogonico è descritto nel Mishefa Resh, il “Libro nero”, che contiene le leggi e i precetti religiosi degli Yazidi, ed è quindi uno dei loro libri sacri (Açıkyıldız 2015: 89). Il libro fu scritto da Sheikh ‘Adī, secondo cui la creazione avvenne quando Dio creò una perla bianca dal suo petto, insieme ad un Uccello, chiamato Anfar; Dio mise la perla sull’uccello e la covò per 40.000 anni. La perla acquista quindi, nel mito, la valenza e funzione di un uovo, appunto l’uovo cosmico. Dopo il periodo della covata, Dio creò i Sette Angeli, corrispondenti ai sette giorni della settimana; ogni angelo fu creato in un giorno diverso per sette giorni: questo può avere un valore astronomico e può essere collegato ai sette dei-pianeti babilonesi. Il primo giorno è la domenica, quando fu creato Azrael, l’angelo più importante: è lui l’Angelo Pavone. Azrael crea quindi i sette cieli, il pianeta Terra, il sole e la luna. L’ultimo angelo, Nu’rail, crea l’uomo, gli animali, gli uccelli, il bestiame e li pone nella tasca della veste indossata da Dio (Sfameni Gasparro 1974: 202).

Nella seconda versione del mito cosmogonico (Sfameni Gasparro 1974: 206-207), Dio viaggiò attraverso il mare primordiale con una barca e creò una perla, sulla quale regnò per quaranta anni. Quando si arrabbiò calpestò la perla e dal rumore prodotto sorsero le montagne, dal frastuono le colline e dal fumo il cielo. Anche in questo caso la perla equivale all’uovo cosmico, poiché come dalla rottura di questo, anche dalla rottura della perla si generò la Terra. Dopo la creazione del mondo e degli angeli, Dio annunciò la creazione di Adamo ed Eva, a dai lombi di Adamo nacque Shehîd bin Jerr, e da questo il popolo di ‘Azazîl, ossia gli Yazidi.

Il sistema di credenze

L’elemento basilare della religione yazida è il monoteismo: esiste un solo Dio, che ha creato il genere umano, mentre le piante e gli animali sono stati create dai Sette Angeli, tra i quali il più importante è ‘Azazîl. Dio è il creatore dell’universo. È venerato in quanto Causa Prima e Motore Primo dell’Universo (Guest 1987: 29). In curdo è chiamato Kuda (Guest 1987: 29), mentre il nome Xwêde deriva dal persiano xudây. Non è un Dio attivo negli affari umani, per i quali ha delegato i Sette Angeli: è interessato solo agli affari celesti. Dio si manifesta in tre forme diverse: 1) Tawûsî Melek, l’Angelo Pavone, il suo principale rappresentante; 2) il giovane uomo Sultan Êzî; 3) l’anziano Sheikh ‘Adī, il riformatore della religione yazida. Questa è la Santa Trinità yazida.

Oltre a Dio, che è la figura più importante nella religione yazida, i Sette Angeli svolgono un ruolo molto rilevante (Açıkyıldız 2015: 72; Fig. 17). I Sette Angeli (o Eptade dei sette esseri sacri) sono tenuti in gran conto nello Yazidismo. Si pensa che vengano periodicamente sulla Terra per portare nuove regole alle nazioni, che le famiglie degli sheikh discendano dal sangue degli Angeli stessi. Come spiegato nel Mishefa Resh, gli Yazidi credono nella trasmigrazione delle anime, per cui credono anche che gli sheikh capostipiti di ciascuna delle loro famiglie, che sono sette individui di alto rango spirituale, siano la reincarnazione dei Sette Angeli.

Il primo angelo ad essere creato fu ‘Azrael, impersonificato da Tawûsî Melek, l’Angelo Pavone (Fig.18): il suo compito è la cura degli affari terreni, è l’angelo più importante. L’Angelo Pavone domina su tutti gli altri angeli ed è il mediatore tra Dio e i fedeli yazidi. È considerato l’alter ego di Dio, infatti i fedeli pregano Dio rivolgendosi agli stendardi che raffigurano l’Angelo Pavone. Questi stendardi sono trasportati attraverso i territori in cui si pratica la religione yazida mentre i portatori degli stendardi recitano il canto sacro Qewle Tawûsî Melek (“Canto a Tawûsî Melek”). L’immagine del pavone può essere associata al dio mesopotamico Tammuz, quindi il pavone è associato anche alla fertilità. La sua figura è ambigua, accostato al male e a Satana nelle culture vicino-orientali e nella tradizione cristiana: il pavone è infatti identificato con l’angelo caduto dal Paradiso. L’angelo rifiutò di inchinarsi di fronte a Adamo, secondo le tre grandi religioni monoteiste (ebraica, cristiana e islamica), e quindi cadde dal cielo: è quindi identificato con Satana, parola questa che è proibita nella religione yazida. Non esiste nello Yazidismo, all’interno del quale la disobbedienza di Adamo fu perdonata da Dio (Guest 1987: 29). L’angelo è raffigurato con un pavone perché questo animale è considerato un simbolo di immortalità, rinascita e unione degli opposti: è un volatile originario dell’India, noto in Mesopotamia a partire dalla fine dell’VIII secolo a.C., raffigurato anche su placchette in edifici sasanidi (Açıkyıldız 2015: 78). Nel Cristianesimo l’immagine del pavone ricorre frequentemente come simbolo di vita eterna, mentre nella tradizione islamica lo si trova nell’architettura funeraria, sui tessuti, sugli oggetti in metallo, sulla ceramica, sia nel periodo antico che medio islamico; nel periodo ottomano è considerato l’uccello del paradiso.

Gli altri angeli sono: Darda’il, incarnato in Sheikh Ḥasan; Jībra’îl, incarnato in Sheikh Abū Bekir; Israfîl, incarnato in Sheikh Shams al-Dīn; Nura’îl, incarnato in Sheikh Fakhr al-Dīn; ‘Ezra’îl, incarnato in Sajadīn; Shemna’îl, incarnato in Sheikh Nasr al-Dīn. Shams al-Dīn, Fakhr al-Dīn, Sajadīn e Nasr al-Dīn sono ritenuti figli di Êzdîna Mîr, eponimi della casata degli sheikh Shamsani. Jībra’îl, ‘Ezra’îl e Israfîl hanno gli stessi compiti che già espletano nell’Ebraismo, nel Cristianesimo e nell’Islam: Jībra’îl è il portatore della parola di Dio al Profeta e ai fedeli; ‘Ezra’îl è l’arcangelo della morte; Israfîl annuncia i messaggi di Dio.

La seconda incarnazione di Dio è il califfo Yazid, conosciuto anche come Sultan Êzi, e componente della Santa Trinità. Tuttavia, la sua posizione nella storia degli Yazidi non è molto chiara: è venerato soprattutto nell’area di Aleppo e nella regione di Sinjar (Guest 1987: 29), mentre ad est del Tigri non conta molti seguaci. Il califfo Yazid è venerato come incarnazione dello spirito divino e il giorno della sua nascita è un’importante festa yazida: a lui si attribuisce l’autorizzazione divina agli Yazidi di bere alcolici.

Il terzo componente della Santa Trinità e il più grande profeta yazida è Sheikh ‘Adī bin Musafir, la cui tomba, che si trova a Lalish, è il luogo più sacro per i fedeli. Secondo lo Yazidismo, ‘Adī nacque a Beit-Fār nella provincial di Baalbek (Lebanon) ed i suoi genitori erano anziani: secondo fonti arabe morì nel 557/1162-63 all’età di 90 anni, per cui si calcola l’anno di nascita al 1073. La sua figura è documentata storicamente da storici e geografi medievali, come ad esempio Yāqūt al-Ḥamawī (1179-1229), Ibn al-‘Athir (1160-1233), Ibn Khallikān (1211-1282) (Açıkyıldız 2015: 83). Lasciò la casa paterna all’età di quindici anni, in cerca del proprio destino, diretto verso Baghdad, che allora era il centro della cultura, dell’educazione e della politica nel mondo musulmano. Qui incontrò i mistici Sufi e studiò presso di loro. Uno di questi era ‘Abd al-Qādir al-Jīlānī, il fondatore dell’ordine della Qadiriyya. Cinque anni dopo, mentre stava cavalcando in piena notte, ebbe un’apparizione davanti a una tomba: un cammello con tratti di altri animali e rassomigliante a un essere umano, che si trasformò poi in un ragazzo con la coda di pavone. Il ragazzo sostenne di essere Tawûsî Melek e nominò ‘Adī profeta della sua parola. Dopo questa visione si stabilì a Lalish (Guest 1987: 30). Tra i precetti di ‘Adī, uno riguardava i libri e andava contro la loro diffusione: questa è la ragione per cui gli Yazidi rimasero illetterati fino a molte decine di anni fa. ‘Adī scelse di risiedere nelle montagne curde per svariate ragioni. Su questa scelta pesò molto la tranquillità e pace dei luoghi in confronto alla caotica Baghdad, unitamente al caldo benvenuto da parte degli abitanti di quei luoghi. Queste persone erano per la maggior parte sostenitori della dinastia Omayyade, il cui califfo Marwan II regnò sui territori curdi prima di ascendere al califfato, nacque da madre curda e fu un antenato di ‘Adī; inoltre sostenevano anche i maestri sufi di questa regione, i quali erano in contatto con ‘Adī (Açıkyıldız 2015: 85). Questo fondò successivamente l’ordine della ‘Adawiyya con l’aiuto dei suoi seguaci e dei maestri sufi del luogo. A Lalish fondò la zawiya (= santuario) per sè stesso e per i suoi seguaci, così da avere un luogo per la vita contemplativa. Morì a Lalish nel 1162-63 e là fu sepolto: la sua tomba è uno dei luoghi di massima devozione per gli abitanti della regione e per l’intera comunità yazida (Açıkyıldız 2015: 86).

Il movimento religioso prese la forma che ha attualmente dopo la morte di ‘Adī, le cui quattro opere, che racchiudono i suoi insegnamenti, sono conservate presso la Biblioteca Nazionale di Berlino e riunite in unico manoscritto copiato da Muḥammad b. Ahmad al-‘Adawī nel 1509. Nel suo lavoro “Dogma del popolo della Sunna” (I’tiqād Ahl es-Sunna wa I dhamā’a) tratta dell’unità di Dio, della sua natura e dei mezzi con cui i fedeli possono raggiungerne (Açıkyıldız 2015: 84). Questi mezzi sono: lo studio della tradizione (sam‛) e l’uso della ragione (‘aql). Nella descrizione che ‘Adī fa di Dio, una parte molto importante riguarda la credenza secondo cui Egli creò Satana e il male: a questo proposito ‘Adī cita i passaggi del Corano su questo argomento. Un’atra parte è dedicata allo studio della fede, che per ‘Adī’ è uno dei valori fondamentali: la fede è da lui definita come parola, opera e intenzione. Nella sua opera Kitāb Fīhi Dikr Adāb en-Nafs (“Libro di come allenare perfettamente l’anima”) codifica le regole e i principi basilari per il nuovo ordine mistico da lui fondato. In questo libro sono racchiusi gli insegnamenti per i suoi discepoli nel percorso che li porterà a diventare dervisci. Nel libro “Ammonizione al Califfo” ‘Adī’ fornisce consigli riguardo la pietà e l’umiltà. Nello scritto Waṣāyā li-murīdihi Ash-Sheikh Qā’id wa-li- sā’ir al-Murīdīn (“Raccomandazioni al suo discepolo Sheikh Qā’id e agli altri suoi discepoli”) tratta di Sufismo e della vita ascetica (Açıkyıldız 2015: 84), usando il Corano come base di partenza: incita i suoi discepoli a seguire la vita sufi.

Scrisse anche un elogio, il “Canto di Sheikh ‘Adī”, in cui si dichiara portatore della Verità e creatore di ogni cosa secondo il volere di Dio, quindi si identifica con Dio stesso. (Açıkyıldız 2015: 84).

Come ampiamente dimostrato dalla sua parola, affidata ai suoi scritti, Sheikh ‘Adī fu influenzato dal Sufismo, in particolare da al-Ghazālī e al-Jīlānī, che sono tutt’ora venerati e identificati con angeli. Si crede che ‘Adī avesse il controllo sui serpenti, molto importanti nello Yazidismo, e su altri animali selvatici, fosse in grado di leggere nella mente delle persone, di fare apparire l’acqua dal suolo, e di comunicare con i morti.

C’è un libro che si pensa sia stato dettato direttamente da Adī’ al suo segretario Fakr ed-Dīn, il “Libro della Rivelazione” (Kitab el-Jelwa). Questo è considerato il testo più importante nella religione Yazida: il testo completo fu pubblicato nel 1895 (Guest 1987: 31).

Dopo Sheikh ‘Adī, le figure più importanti nello Yazidismo sono i santi, che sono venerati per motivi diversi: a loro sono consacrati gli edifici sacri, principalmente mausolei e templi, e si crede che questi edifici curino le malattie. Un esempio è il mausoleo di Sheikh Hasan, che è considerato efficace contro i problemi di fegato e i reumatismi, mentre il mausoleo di Hajali si dice che aiuti nella cura delle malattie mentali e nella liberazione dalla possessione dell’anima da parte dei djin. Sheikh Hasan, il nipote di ‘Adī, è considerate l’autore del secondo libro sacro agli Yazidi, il “Libro Nero” (Meshaf Resh). Sheikh Shams è il più popolare tra i santi yazidi e fu uno dei sodali di Sheikh ‘Adī, mentre questo era ancora in vita. È associato a uno dei Sette Angeli ed è legato al culto del sole nella religione yazida, a lui sono dedicati cinque mausolei/mazar in svariate località: Lalish, Beḥzanê, Bozan, Mem Shivan e Sinjar (Açıkyıldız 2015: 166). Alcuni santi sono legati alla natura: Memê Resh è legato alla pioggia e protettore del raccolto, Pîr Afat è legato alle alluvioni e alle tempeste. Alcuni santi hanno potere sugli animali: Sheikh Mand Pasha ha influenza sui serpenti – infatti i suoi mausolei e i templi hanno poteri protettivi su chi ha ricevuto morsi di serpente. Pîr Cerwan protegge le persone dalle punture di scorpione (Açıkyıldız 2015: 146) e Sheikh Amadīn cura i dolori di stomaco (Açıkyıldız 2015: p. 208). Sheikh Fakhr al-Dīn, che è uno dei Sette Angeli, Nura’îl, è identificato con la luna, Sīn. Il suo mausoleo cura le malattie dell’infanzia (Açıkyıldız 2015: 208). ‘Abd al Qādir al-Jīlānī (1077-1166), che era un teologo hanbalita e diede il suo nome all’ordine della Qadiriyya, è venerato come santo (Açıkyıldız 2015: 205).

I libri sacri

Nella religione yazida ci sono due libri sacri: il Mishefa Resh (il “Libro Nero”) e il Kitêb-i Cilwê (il “Libro della Rivelazione”), di cui esistono nove copie, la cui datazione è sconosciuta – alcune forse datate al XIX secolo – conservate in biblioteche europee e turche. Non ci sono dati precisi riguardo la prima versione scritta di questa opera: si pensa che il Kitêb-i Cilwê potrebbe essere stato redatto da Sheikh Fakhr al-Dīn nel 1162-63, e raccoglie i principi riguardanti la supremazia di Tawûsî Melek (Açıkyıldız 2015: 90). Il Mishefa Resh potrebbe essere stato scritto da Ḥasan al-Basrī nel 1342-43 e fu pubblicato per la prima volta tra il 1886 e il 1909. In questo libro è contenuta la narrazione della creazione del mondo, delle origini del genere umano, di Adamo ed Eva, e vi si elencano le proibizioni religiose (Guest 1987: 33). Il Meshaf Resh contiene anche i due miti cosmogonici della religione yazida (Sfameni Gasparro 1974: 199). Secondo alcuni studiosi (Sfameni Gasparro 1974: 199), rappresentano la versione accademica dei due miti cosmogonici, ma le versioni che provengono dalla tradizione orale sarebbero più vicini alla credenza popolare.

Le pratiche religiose

I giorni sacri per la comunità yazida sono il mercoledì e il venerdì. Non vengono praticati degli specifici rituali in questi due giorni, ma i fedeli sono soliti recarsi ai luoghi santi, ossia a rendere omaggio presso i mausolei o i templi, dove pregano i santi. Tuttavia anche nella religione yazida ci sono dei rituali a cui i fedeli devono prendere parte per essere accettati come membri della comunità. La persona più importante nella vita di ogni fedele yazida è il (o la) birayê axretê, il fratello (o sorella) dell’aldilà, che sostiene il fedele nei rituali: sono solitamente due, ossia uno sheikh e un pîr (v. sezione c. Società), che equivale allo sheikh ma ha una minore importanza a livello politico. I due fratelli dell’aldilà sono considerati come angeli custodi che assistono la persona loro affidata per tutta la sua vita (Açıkyıldız 2015: 100).

Il biska pora (rito del taglio dei capelli, Açıkyıldız 2015: 99) riguarda solo gli individui di sesso maschile, ed è considerato alla stregua di un battesimo. Il rituale consiste nel taglio di un ciuffo di capelli da parte del fratello dell’aldilà (a sheikh or a pîr), che conserva il ciuffo. Solitamente aveva luogo quaranta giorni dopo la nascita del bambino, ma al giorno d’oggi è compiuto quando il bambino ha sei mesi o un anno. Con questo rituale il bambino entra a fare parte della comunità yazida.

Il mor kirin, il Battesimo (Fig. 19) si tiene nel battistero di Kanîya Spî a Lalish e ha delle similitudini con il battesimo cristiano. Uno sheikh o un pîr officia il rito.

Come il rito del taglio dei capelli, anche la circoncisione riguarda solo i maschi, che vengono circoncisi venti giorni dopo il mor kirin (battesimo): alla circoncisione ciascun bambino è accompagnato da un padrino scelto dai genitori.

Il matrimonio, dawet (Fig. 20) è organizzato solitamente dai padri dei due sposi e deve avvenire tra membri della comunità yazida. Alla vigilia del matrimonio la sposa viene preparata per la notte del hennè (sheva desthineyê). Nel giorno del matrimonio la sposa è accompagnata dalla casa del proprio padre alla casa dello sposo, mentre lo sposo è accompagnato dal suo fratello dell’aldilà durante il matrimonio.

Il rito del funerale (mirin) varia leggermente da regione a regione, anche se alcune regole sono stabilite e invariabili. Il corpo del defunto viene lavato dal suo sheikh o pîr (ossia dal fratello dell’aldilà), avvolto in una stoffa bianca (kifin) e posto in un sarcofago. La bocca del defunto viene cosparsa con una piccola quantità di olio benedetto, proveniente dal santuario di Sheikh ‘Adī. Il defunto viene poi accompagnato da una processione al cimitero, mentre i partecipanti alla processione recitano dei canti. Dopo il funerale la famiglia del defunto consulta un religioso riguardo il destino di questo. Il religioso, dopo una trance, descrive la visione che ha avuto; successivamente la famiglia offre sacrifici se la visione è stata negativa, mentre offre un banchetto se è stata positiva (Açıkyıldız 2015: 103).

Le preghiere sono recitate quotidianamente ma non è una pratica obbligatoria. Queste sono recitate all’alba, di mattina e al tramonto, il fedele deve rivolgere la faccia verso il sole. Tra le pratiche religiose compiute dal fedele modello ci sono il bacio dei luoghi sacri e delle mani delle importanti figure religiose, i doni agli uomini di religione e il sacrificio di animali. Non ci sono tradizioni che prevedano la preghiera o le liturgie pubbliche.

Il digiuno viene osservato per tre giorni in dicembre, durante la festa del sole in onore di Êzī. Baba sheikh, i feqîrs, i kocheks e le feqrayas (v. sezione Società) digiunano per 40 giorni in estate e in inverno.

Le destinazioni dei pellegrinaggi (Fig. 21-23) sono i luoghi sacri, ossia i mausolei e i templi (Fig. 24), le grotte, le sorgenti, le residenze delle personalità religiose. Il luogo principale per i pellegrinaggi è Lalish (Fig. 25) e tutti gli Yazidi devono recarvisi almeno una volta nella vita. Il pellegrinaggio annuale a Lalish viene compiuto in occasione della Festa dell’Assemblea (Cejna Jema’iyye), che vi ha luogo ogni anno tra il 23 e il 30 settembre.

Le cerimonie

Come accennato precedentemente, i fedeli yazidi non hanno obblighi religiosi molto stretti, ma ci sono alcune regole che devono essere osservate (Açıkyıldız 2015: 130-131):

  • Donne, uomini e bambini devono abbigliarsi con abiti festivi;
  • i luoghi sacri devono essere visitati in gruppo o individualmente;
  • gli animali sono sacrificati per onorare i santi e i martiri;
  • ai componenti delle caste religiose (uomini di religione) devono essere fatte donazioni in denaro;
  • per i pellegrini devono essere cucinati i pasti, che poi verranno a loro distribuiti;
  • Le danze religiose (sama) sono fatte dagli uomini di religione e accompagnate dalla musica sacra suonata dai qewwals (v. sezione c.Società), mentre le danze popolari sono eseguite dai pellegrini.

Il Nuovo Anno (Serê Sal, Fig. 26-27) è celebrato il primo mercoledì di aprile ed è noto come la Festa di Tawûsî Melek, la festa di Melik al-Zen e il mercoledì rosso (Açıkyıldız 2015: 108). In occasione di questa festività si sacrificano animali, le case sono decorate con i fiori, si addobbano gli edifici con uova colorate e viene preparato un pane speciale. Il rituale in occasione di questa festa viene celebrato a Lalish.

I Quaranta Giorni di Inverno (Serê Chil Zivistanê) ha luogo tra il 13 e il 20 Dicembre. Durante questa cerimonia si digiuna per tre giorni: questo digiuno è chiamato digiuno della festa di Ezî.

La festività dei Quaranta Giorni d’Estate (Chilê Havinê) si celebra a Lalish e in altri edifici sacri dell’omonima valle, nei giorni tra il 18 e il 21 luglio (Açıkyıldız 2015: 110): tutti gli Yazidi vi prendono parte. In questi tre giorni si celebra la fine del digiuno di quaranta giorni osservato dagli uomini di religione – baba sheikhbaba chawushfeqîrsfeqrayaskocheks (v. sezione c. Società). Viene sacrificato un toro in onore di Sheikh Shams, legato al culto del sole, proprio di fronte al suo mausoleo.