La loro storia recente

Nella loro storia recente gli Yazidi hanno affrontato un ulteriore massacro, avvenuto tra l’agosto del 2014 e l’estate del 2016, quando Sinjar fu riconquistata dai peshmerga e dalle forze militari irachene, e fu liberato dall’ISIS (v. sezione a. Storia). La documentazione riguardo il genocidio dell’ISIS si basa su rapporti e notizie ufficiali, e sui resoconti da parte dei sopravvissuti.

I crimini commessi dall’ISIS contro gli Yazidi sono uccisioni, schiavitù sessuale e non, e tortura; l’obbligo a vivere in condizioni che portano ad una morte lenta; l’impedire la nascita di bambini Yazidi, la conversione forzata degli adulti, la separazione degli uomini dalle donne; i traumi mentali originati da tutto ciò; il trasferimento dei bambini della comunità dalle loro famiglie alle famiglie dei combattenti ISIS, provocando quindi il loro distacco dalla comunità e dalle sue pratiche religiose, cercando quindi di cancellare la loro identità culturale e religiosa (Report Human Rights Council 2016: 1).

I massacri iniziarono alle prime ore del 3 Agosto 2014, quando le milizie dell’ISIS lasciarono le loro basi in Siria alla volta di Sinjar. I crimini commessi sono inenarrabili, concludendosi nella deportazione di donne e ragazze, costringendo i bambini alla prigionia nelle loro roccaforti in Siria. La crisi umanitaria che ebbe l’attenzione della comunità internazionale si scatenò quando l’ISIS bloccò sul monte Sinjar migliaia di uomini, donne e bambini: rimasero prigionieri di quella montagna a loro familiare, senza possibilità di fuga (Fig. 12-13), dato che questo avrebbe significato cadere nelle mani dei loro stessi aguzzini. Centinaia di Yazidi trovarono la morte sulla montagna, senza cibo e senza acqua, a temperature superiori ai 50 gradi. Quasi tutti i villaggi della regione di Sinjar vennero svuotati dei loro abitanti entro 72 ore dall’attacco iniziale: la sola eccezione fu il villaggio di Kocho, i cui abitanti furono uccisi o deportati il 15 agosto 2014: questo tragico fatto è descritto da Nadia Murad nel suo libro The Last Girl, in cui la ragazza, testimone diretta, racconta con estrema lucidità come avvenne l’assedio e le atrocità commesse contro tutti i suoi abitanti.

Esistono racconti di vari testimoni riguardo le azioni dell’ISIS, e tutti mostrano chiaramente come questa organizzazione avesse un piano preciso per il trattamento dei prigionieri. Maschi e femmine venivano separati, i ragazzi venivano tenuto con le madri, e i vari gruppi venivano trasferiti presso luoghi temporanei in Iraq settentrionale e poi in Siria. Tutte le persone catturate venivano costrette alla conversione all’Islam, chi si rifiutava veniva ucciso. Nei villaggi di Kocho e Qani avvennero uccisioni di massa: gli uomini vennero sterminati e le donne e i bambini portati in Siria.

I massacri dell’ISIS non hanno solo portato uccisioni e sofferenze tra gli esseri umani, ma hanno anche portato distruzione nei luoghi in cui questi stessi esseri umani vivevano, demolendone gli edifici religiosi, quali templi e cimiteri, non solo a Sinjar ma anche nella regione di Bashiqa: in totale sono 92 edifici (http://www.ezidipress.com/blog/kulturelle-zerstoerung-im-irak-92-ezidische-staetten-zerstoert/), di cui 14 nella regione di Sinjar. Le persone che furono in grado di fuggire giunsero nella provincia di Duhok nel Kurdistan iracheno. Una delle evidenze dal massacro dell’ISIS sono le numerose fosse comuni (Fig. 14), che negli ultimi anni, dopo la sconfitta dell’ISIS nell’Iraq settentrionale, sono state ritrovate tra Sinjar e Mosul e nella zona di Tal Afar. Secondo una relazione del UNHCR dell’agosto 2016, 35 fosse comuni sono state localizzate (Office of the United Nations High Commissioner For Human Rights United Nations Assistance Mission For Iraq – Human Rights Office 2016: 17). Secondo il rapporto della Nadia Murad Association, 5000 uomini furono uccisi nell’agosto 2014 e i loro corpi gettati in fosse comuni (Nadia’s Initiative 2018: 8).Il massacro condotto dall’ ISIS sul monte Sinjar portò l’attenzione della comunità internazionale verso gli Yazidi, a partire dall’assedio sulla montagna a tutto quello che accadde successivamente (v. sezione a. Storia). Le evidenze delle azioni commesse dall’ISIS contro gli Yazidi portarono alla luce del sole l’emergenza umanitaria, create dalla separazione di queste persone dai loro luoghi natali. La testimonianza più dettagliata è quella di Nadia Murad, premio Nobel per la Pace 2018, che ha descritto le modalità operative dell’ISIS, come questi seguissero un piano preciso e estremamente accurato di occupazione del territorio e spostamento delle persone dai loro luoghi natali, vendendo e violentando le donne, indottrinando i bambini e gli adolescenti con la loro violenza. Queste violenze, insieme alla distruzione deliberata del patrimonio culturale yazida, ha contribuito da parte delle Nazioni Unite alla classificazione delle azioni dell’ISIS come genocidio (https://www.ohchr.org/FR/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=15720&LangID=F. ; https://www.ohchr.org/Documents/HRBodies/HRCouncil/CoISyria/A_HRC_32_CRP.2_en.pdf), con la partecipazione a questa dichiarazione di numerosi stati (tra cui l’Italia: https://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=7-00209&ramo=C&leg=18). A questo proposito, le evidenze del genocidio sono oggetto del lavoro importantissimo portato avanti dal team investigativo formato su proposta Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (S/RES/2379 (2017).